La scuola secondaria di secondo grado rappresenta il cuore pulsante dell’attività dello sportello d’ascolto. L’adolescenza costituisce il momento cruciale in cui la complessità delle sfide evolutive, sociali e scolastiche richiede un lavoro clinico e di consultazione profondo e mirato, volto ad affiancare studenti, genitori e docenti nel passaggio verso l’età adulta.
L’adolescenza è il momento in cui i vecchi sistemi di difesa dell’infanzia falliscono. Uso spesso la metafora del vulcano che si risveglia per descrivere i tumulti che emergono quando le difese non riescono più a contenere la pressione interna: il magma emotivo sale in superficie proprio quando i “camuffamenti” non bastano più a coprire gli elementi disturbati della personalità. La consultazione breve (4 incontri) aiuta a trasformare questa esplosione paralizzante in una “paura pensabile”.
Spesso, questa pressione sotterranea è alimentata dal timore di non essere mai “abbastanza”: abbastanza bravi, abbastanza popolari, abbastanza conformi a un’immagine ideale che i social media e il gruppo dei pari sembrano imporre con forza. La sensazione di essere inadeguati agisce come un acceleratore per il magma interno: il ragazzo si sente smarrito tra il desiderio di appartenere al gruppo — spesso pagando il prezzo di un’omologazione che soffoca il Sé — e il terrore di essere escluso se mostra le proprie fragilità. Questo conflitto trasforma la classe in un luogo di tensione, dove il confronto con l’altro non è più stimolo, ma uno specchio deformante che restituisce solo mancanze.
Superare questo stallo richiede il coraggio di guardare oltre la superficie delle prestazioni scolastiche per interrogare i fantasmi che abitano il silenzio dello studente. Quando il blocco emotivo viene finalmente nominato, la “nebbia” inizia a diradarsi, permettendo alla mente di riappropriarsi delle proprie funzioni vitali.
Esemplare è il caso di Claudio, che descriveva la sua mente avvolta da una nebbia impenetrabile. La sua non era pigrizia, ma una tendenza a far finta di non vedere per non affrontare la realtà traumatica di un grave disturbo fisico (il cheratocono) e il peso di una storia familiare segnata da morti precoci. Solo dando un nome al terrore di “diventare cieco” come i suoi fantasmi interni, Claudio ha potuto dissipare la nebbia, ricominciando a studiare non per dovere, ma per un ritrovato appetito di conoscenza.